giovedì 30 agosto 2012

Il Cavaliere Oscuro vuole dei Placebo, ma Tremonti ci ha messo una tassa sopra. CREEDeteci.

Oggi su Pariah ci sono numerose cose di cui parlare.
Prima fra tutte, il film che probabilmente i deficienti sapranno associare solo a James Holmes.
Sì, stiamo parlando del terzo capitolo della saga di Batman di Christopher Nolan, De Darc Nait Raises, o come lo conosciamo qui in Italia, Il Cavaliere Oscuro - Il Ritorno.
Devo dire che nonostante l'ottima regia di Nolan, non posso fare a meno di definire questo film come "prevedibile". Certo, in buona misura molti dei personaggi provengono da un universo fumettistico abbastanza famoso già precedentemente ai film di Nolan (penserete che io sia ironico in questa considerazione minimalista del personaggio di Batman, ma in realtà esistono numerose persone, che chiameremo buzzurri per educazione, che confonderebbero Batman con Spiderman), ma anche a livello di dialoghi, scene ricorrenti ecc. sono stato capace di anticipare senza troppi problemi i discorsi di Bane e Batman. Ottima voce, a proposito, quella assegnata a Bane.
In generale, Bane va guardato con più attenzione. Intanto, Hardy è stato una buona scelta come cattivo. Anche con una maschera che blocchi metà delle sue espressioni facciali, ha saputo dare l'aria del mercenario calmo e sicuro di sè attraverso una precisa mimica del corpo. Quando se ne va in giro ballonzolando la testa e tenendosi il bavero con le mani mi fa venire voglia di imitarlo, tipo una nuova forma di GANGNAM STYLE.
Le presenze nel film di attori come la Hathaway, Freeman e Burn Gorman mi hanno piacevolemente sorpreso, in quel modo che soddisfa molto i gatti al punto di fargli fare le fusa.
Poi c'era Gordon-Levitt, nei panni del giovine poliziotto di belle speranze. Solo che questo giovine aveva un'anima oscura, tanto che tra anime oscure ci si ritrova su DarkKnightbook. E così nel giro di cinque secondi anche il poliziotto Blake (il cui vero nome, perdincicazzo, è Robin e non Greyson come sarebbe dovuto essere) scopre l'identità di Batman.
Gordon, nel tentativo di fermare un uomo dalla forza sovrumana addestrato dalla Setta della Ombre e i suoi numerosissimi scagnozzi, entra nelle fogne e finisce per dare al suddetto uomo dalla forza sovrumana la verità su Harvey Dent e numerosi indizi sull'identità di Batman, tanto che Batman stesso ci mette poco ad essere prima sgamato in pubblico, e poi pwnato dal suddetto uomo dalla forza sovrumana.
Allo stesso modo, nonostante Wayne dica a Selina Kyle che ha un amico potente (allo stesso modo in cui Paperino è amico di Paperinik), quando Bane svela l'identità segreta di Batman la Gatta Ladra emette un singulto di assoluta sorpresa.
E, come se non bastasse, Gordon ha bisogno che gli venga ricordato un dettaglio infinitesimo di oltre venti-trenta anni fa per scoprire all'improvviso alla fine del terzo film che Batman era Bruce Wayne.
In realtà questo film è tutta una serie di situazioni che dovrebbero indurre Bruce Wayne a smetterla di indossare una tuta e andare in giro a fare la voce roca ai criminali. In tutto il film la maggior parte dei personaggi scopre praticamente da sola che il miliardario misantropo e il vigilante-topovolante sono la stessa persona.
A quel punto, sapendo che Wayne non è più bravo come un tempo a nascondere il suo vizietto notturno, Alfred Pennyworth si dimette e si gode i profitti del suo lavoro come testimonial pubblicitario del Fernet Branca, salvo tornare in lacrime quando scopre che Wayne è morto salvando Gotham da un'esplosione nucleare.
Certi giorni non riesci a liberarti di una bomba.

Ma passiamo alla musica. Non quella di Hans Zimmer, che ha curato la colonna sonora dei film di Batman in modo eccellente, ma quella che sto per recensire oggi.
Iniziamo con i Creed.
Negli anni 90, chiunque in America non si vergognava a dire che dai, sì, in realtà un po' mi piacciono i Creed.
Erano famosi per canzoni come With Arms Wide Open (che cantavo giusto ieri) e altre fighettate, come Bullets e My Sacrifice. Erano un'icona post-grunge molto famosa, anche se il grunge non esiste e per questo erano il seguito di qualcosa che non esiste, tipo Star Wars ai tempi di Episodio IV - Una Nuova Speranza.
Ma non è importante.
I Creed si erano sciolti parecchio tempo fa, ma a raccogliere la loro eredità c'era stato il gruppo degli Alter Bridge, che comprendeva alcuni dei membri originali.
Gli Alter Bridge sono stati veramente amabili sotto numerosi punti di vista, e non parlo solo dei miei personali gusti. Hanno avuto una certa estensione musicale sebbene abbiano sempre lasciato una firma personale in tutti i pezzi, che spesso li rendeva somiglianti fra di loro, senza toglierne la carica. Mi piacevano molto soprattutto per il fatto che erano più cupi dei Creed, più tristi, ma non più tenebrosi. Oddio, ogni tanto sì, tipo in canzoni come Blackbird e The End is Here, ma per il resto sono sempre stati più malinconici che altro.
Poi c'è stata la reunion dei Creed originali, e con essa è comparso Full Circle. Per i Creed, è stato un brutto album, ma è stato un bell'album degli Alter Bridge. Perché? Perché ormai i Creed sono andati oltre il periodo in cui erano ancora impegnati in canzoni su cui abbracciarsi in modo virile e al contempo cristiano, hanno abbandonato le tonalità da grandi praterie sotto cieli pacifici. Ora il loro sound ricorda nuvole cupe, in tempesta, non ancora abbastanza vicine da far sentire la pioggia, ma abbastanza da far riecheggiare un tuono lontano. I Creed sono morti, ci sono solo gli Alter Bridge.
Un altro elemento che era presente in entrambi i gruppi era Mark Tremonti. Non c'è, fortunatamente, affinità col famigerato politico italiano, altrimenti avrei sposato la causa della Lega.
Mark Tremonti ha avuto un impatto molto potente sulla musica di Creed e Alterbridge, potente quanto quello di un asteroide di diametro di dodici chilometri che si abbatte sulla Terra. Per questo, dopo gli esperimenti di passaggio da una band all'altra, che altro non erano che nomi, Tremonti ha finalmente deciso di scrivere canzoni per sé, non solo per un gruppo, esordendo con All I Was. Il suo talento preso singolarmente è molto più cupo del resto della band, sebbene sia capacissimo di musica più dolce, più calma.  Però, ascoltando All I Was, ci si rende conto che il fenomeno dei Creed, e poi degli Alterbridge, era divenuto un successo proprio per l'alchimia della musica di Tremonti, e della voce di cantanti dalla buona voce: prima, nei Creed, lo stesso Tremonti (evidentemente per motivi di spread si è dovuto dare da fare sia con l'ugola che con la chitarra), e poi la nuova voce del gruppo, più distintiva, di Myles Kennedy.
E beccatevi tutto All I Was su iutub.
Intanto che ascoltate qualcosa che non c'entra niente con quello che sto per dirvi, vi dico quello che sto per dirvi: vi parlerò dei Placebo.

Purtroppo, dei Placebo non posso dire molto.
Fondamentalmente, la ragione dietro il fatto che ci sia poco da dire è riassumibile in pochi punti:
-Sono britannici, quindi già mi stanno più simpatici.
-Sono bravi.
-Hanno sperimentato un sacco, e le loro canzoni sono variegate e assai belle.
-Sono bravi.
-La voce del cantante mi ricorda purtroppo Carmen Consoli, ma solo di sfuggita.
-Sono bravi.
E questo è tutto. Non mi azzardo a dire niente di troppo sui Placebo, ma li piazzo, insieme ai Nine Inch Nails, in uno di quegli angoli metaforici del mio iPod che racchiude una perdita dell'innocenza, una trasformazione biotecnologica, violentemente artificializzata e inquinata dalla vita. Vedrei bene le canzoni dei Placebo in un universo distopico ed avanzato, con gente attaccata a tubicini pieni di sostanze dai nomi complessi, che viaggiano sotto cieli piovosi e inquinati, cercando ragazze belle ma truccate con veleni sofisticati. In una parola, un futuro decadente.
A dire la verità, mi ero ripromesso di non dire molto, e invece ho detto effettivamente più che abbastanza.
E a dirla tutta, "un futuro decadente" sono tre parole.
Come avrete notato, anche oggi niente disegni. Vi dirò ancora una volta la verità: sono troppo pigro per andare a prendere lo scanner, quindi vi saluto qui, lasciandovi con immagini in movimento fatte da altri anziché da me.

lunedì 20 agosto 2012

Riassunto post-calura estrema

Forse mi son fatto sentire poco, e ciò è male.
Effettivamente, non è che non abbia avuto niente da dire, è solo che di recente sono indaffaratissimo a divertirmi e a scegliere un'università, vagliando e controvagliando le facoltà di lettere o di lingue, indugiando per poco su quelle di psicologia e ogni tanto su antropologia.
Iniziamo con la mia seconda fatica di Melfo, ossia il secondo incarico di volantinaggio, stesso luogo, volantini diversi. Ho di nuovo fatto visita alla cassetta della posta di Benigni Roberto e scoperto quella di Gesù Mario. No, non sto scherzando. Ad accompagnarmi nell'impresa, mio cugino, il fidato alleato in molte delle avventure estive.
Un'altra divertentosa incombenza (non badate agli aggettivi neologici, li invento mano a mano che passa il tempo per passare il tempo) è stata quella di passare ferragosto al mare con gli amici. La spiaggia davanti al nostro stabilimento è diventata un umidissimo campo di battaglia, abitato da strane creature adulte, adolescenti ed infanti armate di pericolosissimi secchielli con mirini laser, cinghie anti-rinculo e ottimizzatori di potenza. Insomma, chi passava di lì verificava la versione giapponese del proverbio della montagna di Maometto: "Se Maometto non va al mare, il mare va da Maometto sotto forma di gavettoni e secchiellate."
Poi avviene il miracolo:
L'iPod, come sempre immortale, ma ferito nei pulsanti (che appunto non funzionavano più) si è riparato da solo, dopo un lungo periodo di guarigione ed un altrettanto lungo periodo di convalescenza. Tuttavia temo di necessitare al più presto l'album Vocapatch degli Uochi Toki, perché al momento l'iPod, con le sue 8333 canzoni, sembra più vuoto che mai.
Per mantenere l'equilibrio karmico, sono stato al matrimonio di mio zio (uno dei numerosi), sempre col fidato cugino.
Ora, molto probabilmente saprete che nel sud Italia è usanza abbastanza consolidata (ossia l'alternativa è un blocco di cemento nei denti) che il matrimonio sia seguito da un pranzo di matrimonio così lungo, ma così lungo, che spesso il concetto di "finché morte non vi separi" raggiunge il suo termine ultimo prima della quarta portata. Ovviamente, non sono al sud, ma in centro Italia, il che significa che il matrimonio è semplicemente durato abbastanza da annoiare a morte non solo le torme di bambini, ma anche gli adulti.
Non dico che sia stato una palla assurda. Anzi, suppongo che sia stato particolarmente interessante e bello per tutti quegli uomini adulti, con bambini o senza, vestiti eleganti nonostante i seni rifatti, i tatuaggi o i capelli ormai diradati, ma personalmente credo che un qualsiasi pranzo al ristorante non debba superare le due ore, altrimenti subentra l'abbiocco (termine di etimologia incerta che indica il totale assopimento dei soggetti senza conseguente fase REM del sonno).
Negli ultimi giorni sto considerando numerosi casi per Cupido Franky; molti sono difficili, altri sono più semplici, ma nel complesso proverò ugualmente a conseguire la vittoria in tutti.
Ah, già, e poi sto cercando di entrare in qualche università.
Chi lo sa, potrebbe essere la svolta della mia vita.
Ma anche no.
E anche oggi, niente disegni.

lunedì 6 agosto 2012

I gusti

Cosa è reale e cosa non lo è?
In teoria tutto ciò che viene propinato al nostro cervello passa attraverso l'opinione marcata e monopolizzante dei sensi, quindi tutto ciò che teoricamente le nostre palle degli occhi ci descrivono deve equivalere a verità, e così anche le vibrazioni che indugiano nei nostri pertugi vestibolococleari, ma spesso ci scontriamo con l'assoluta incertezza che quello che vediamo sia definito come unico punto di riferimento.
Di questo spiacevole scherzo è responsabile il cervello, desideroso di vendetta e anche il più deficiente degli elementi dello scenario, visto che è lui stesso ad ordire strutture comportamentali complesse a partire dalle preferenze e dagli stimoli sensoriali, in modo da poter ingannare se stesso con idee di sua creazione.
A partire da questa deprecabile tendenza del cervello umano a definire cose come "giusto" o "sbagliato" oppure "meglio" o "peggio" in generale secondo un ragionamento spesso errato e costruito su fondamenta stabili quanto l'aria, l'uomo ha sviluppato un'orripilante demagogia delle opinioni, che si condensa, in soldoni, nella giustificazione dell'idea della maggioranza come ideale assoluto, eterno, privo di se e di ma.
Ma il cervello umano è conosciuto per aver la memoria corta, tanto da scordare che ciò che viene decretato poco prima come negativo può poco dopo ottenere la maggioranza in quella orribile demagogia chiamata tendenza.
Non prendetemi per un anticonformista. La tendenza non ha sempre torto (anche se spesso ce l'ha, visto che a mio dire molti elementi della maggioranza non hanno mai sviluppato un punto di vista differente da quello dei loro orifizi più sgradevoli, spesso situato fra le loro natiche o similmente appena sotto il loro naso) e allo stesso modo non c'è un metodo sicuro ed ineccepibile per definire quando ciò accada. Tutto questo cade sotto il relativismo gnoseologico, come sempre, e ringrazio che un mucchio di simpatici barbuti nullafacenti con il senso del business abbiano contribuito a farlo notare all'antica Grecia.
Fatto sta che non è importante che la tendenza sia sempre assoluta e assoluta in modo positivo verso cose oggettivamente positive, perché dicendo oggettivamente staremmo mandando a puttane tutto l'impianto di cui sopra.
Quello che bisogna imparare è a credere nella propria personale esperienza a prescindere dalla tendenza (e non facendo gli hipster, che altro non sono che gente che segue la tendenza di non seguire le tendenze maggiori solo perché è bello seguire una tendenza diversa) dopo aver sviluppato l'arte dell'uscita dal corpo. Non sto parlando di esperienze extra-corporee, ma solo della capacità di uscire dal proprio punto di vista. Una volta viste le differenti opinioni, è giusto anche tornare alla propria qualora la si ritenga migliore.
Mi voglio spiegare in un modo più terreno.
Molti al giorno d'oggi indossano occhiali con montature enormi, spesse, pesanti, rigide. Un tempo indossarle era sinonimo di possesso di lenti spesse, dovute a problemi di vista che venivano ricondotti per logica da quattro soldi allo studio indefesso tipico di persone chiamate secchioni. Tali elementi del branco umano chiamato società erano considerati incapaci dell'interazione e della leadership nei branchi dei giovani.
Oggi la tendenza si è capovolta, e i leader dei branchi di giovani umani indossano occhiali da sole e non, ma rigorosamente enormi, e molto spesso con lenti così grosse da avere satelliti propri.
Quello che cerco di dire non è di smettere di indossare occhiali dalla montatura spessa che al momento sono molto fighi perché è da ipocriti. Io stesso potrei essere benissimo accusabile di ipocrisia, visto che tornando indietro con le pagine di questo blog trovereste molte mie testimonianze di un'opinione completamente diversa. Ciò che rende stupidi, incoscienti e soprattutto dei deficienti a livello oggettivo (e stavolta il termine è accettabile) è il nascondere tale ipocrisia. L'ipocrisia di base dell'uomo è il cambiare idea, e credo che sia un punto decisamente a favore della razza umana. Il nascondere l'atto di cambiare idea, di cambiare tendenza, e far assurgere l'idea dell'ultimo momento ad assoluta ed eterna nel tempo e nello spazio, è l'atto di bieco occultamento dell'arte umana di cambiare i propri concetti in merito alle proprie conoscenze.
Non so proprio perché ho scritto tutto ciò. Forse ne avevo bisogno, forse no.
O forse è perché il fatto che i miei genitori continuino a rompermi le palle sul fatto che la mia tracolla è per loro esteticamente orribile quando per me l'estetica è assolutamente secondaria, visto che al suddetta tracolla è funzionale, ottima e capiente, nonché molto più fruga di qualsiasi tracolla in pelle firmata Lacoste o Piquadro che mi abbiano fatto vedere.
Forse era meglio omettere questa parte.